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Perché l’Educazione alla Convivenza Civile

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La legge n. 53 del 28/03/2003 nel tracciare le prospettive del sistema educativo di istruzione e formazione italiano sottolinea l’importanza dell’ “educazione ai principi fondamentali della convivenza civile” (art. 2, f) e l’impegno della scuola a promuovere e a sviluppare i valori civili, sociali, umani collegati con tali principi, attraverso le attività ordinarie e tutte quelle iniziative che rientrano nella proposta formativa di ciascun istituto.

L’esigenza di dare più rilevanza nell’azione educativa e didattica quotidiana ai valori della convivenza civile si fonda sulla necessità di far acquisire agli allievi quegli atteggiamenti, quelle conoscenze, quelle competenze utili a facilitare il vivere e l’agire in modo responsabile nella società attuale.

Non è infatti scontato che tale necessità venga di fatto assunta nella scuola, anche se la responsabilità di formare le nuove generazioni di giovani in questa prospettiva non può essere della sola scuola.

Tante, forse troppe, sono le emergenze a cui occorre far fronte nell’attuale momento storico, pertanto a maggior ragione occorre “attrezzare” i cittadini a convivere con le emergenze, a prevenirle se possibile, ad affrontarle e soprattutto a non lasciarsi condizionare nelle proprie abitudini quotidiane.

Che la scuola debba istruire, e cioè trasmettere conoscenze significative e utili per la vita e per la professionale, non fa in genere problema.

I problemi sorgono quando si chiede alla scuola di educare, ossia di farsi carico della crescita e dello sviluppo personale, fisico, intellettuale, affettivo, morale, etico delle nuove generazioni perché riescano a fronteggiare le situazioni della vita, a risolvere i problemi che via via si pongono, a contribuire allo sviluppo dell’ambiente vitale e di conseguenza della comunità più ampia di appartenenza.

Comunità che è sempre più multietnica e che oggi si caratterizza per la forte mobilità delle persone, per i problemi legati allo sviluppo economico produttivo, per le preoccupazioni delle persone legate più al “benessere” individuale che al “bene comune”

Leggi, programmi, circolari e documenti nazionali e internazionali di grande significato culturale e valoriale, propongono azioni e modalità di intervento che spesso entrano con molta difficoltà nella scuola reale.

Questa forma di “difesa” da parte della scuola nei confronti dell’aggressività o urgenza della vita esterna, porta qualcuno ad affermare l’esistenza di una incompatibilità genetica della scuola nei riguardi delle finalità educative che chiamano in causa i problemi e i valori conflittuali del nostro tempo, gli affetti, le relazioni, il senso della vita e l’esistenza concreta delle persone.

Ma l’introduzione dell’Educazione alla Convivenza Civile nella legge di riforma non rappresenta una novità assoluta negli ordinamenti scolastici italiani, anche se i termini con cui viene proposta rappresentano una innovazione senza dubbio importante nelle proposte formative dei vari istituti scolastici.

Rientrano infatti nella denominazione “Educazione alla Convivenza Civile” ben 6 educazioni che costituiscono già una selezione delle molte educazioni che circolari varie nel tempo hanno introdotto negli ordinamenti scolastici.

Le Indicazioni Nazionali (d.lgs. n. 59/2004) presentano per gli ultimi anni della scuola primaria e per il monoennio finale della scuola secondaria di 1° grado 6 schede con la presentazione degli Obiettivi Specifici di apprendimento relativi a ciascuna delle 6 educazioni (alla cittadinanza, stradale, ambientale, alla salute, alimentare e all’affettività).

Le conoscenze e le competenze proposte come traguardi da conseguire da parte degli allievi entro il 14° anno di età (termine del 1° ciclo di istruzione) costituiscono una sintesi delle tematiche, delle problematiche e degli argomenti già presenti in molti atti legislativi e amministrativi precedenti.

Il valore aggiunto è ovviamente rappresentato dalla loro attualizzazione e dal vincolo dell’obbligatorietà per ogni scuola di realizzare percorsi educativi e didattici funzionali al conseguimento dei saperi, delle abilità e dei comportamenti illustrati dalle Indicazioni Nazionali.

Al riguardo va ricordato che in particolare il Profilo educativo, culturale e professionale (all. D del d.lgs. n. 59/2004) dedica proprio un paragrafo alla Convivenza Civile collegandolo con gli altri due nodi culturali presenti nel documento: l’identità e gli strumenti culturali.

Il contributo del presente lavoro mira a coniugare prima di tutto i due problemi di fondo che frenano di fatto nella scuola la promozione e lo sviluppo della cultura della Convivenza Civile:

a) educazione o educazioni?

b) educazione e/o saperi disciplinari?

L’introduzione dell’educazione alla convivenza civile nelle Indicazioni Nazionali ripropone in modo puntuale il rapporto tra educazione ed educazioni: la prima è l’essenza stessa dell’azione della scuola tesa a “formare l’Uomo e il Cittadino” e fa riferimento al sistema valoriale che ogni cittadino italiano dovrebbe rispettare.

Quindi con il termine EDUCAZIONE ci si riferisce al codice etico e a quello morale del cittadino italiano che vede riassunti tali codici e chiavi di lettura all’interno di un documento importante: la Costituzione italiana.

Allora parlare di educazione a scuola vuol dire educare nel tempo il cittadino italiano, aiutarlo a conoscere e a mettere in atto i valori presenti nella Costituzione italiana anche nella più semplice e più ridotta esperienza scolastica o in altre attività formative promosse da Enti sul territorio o da gruppi impegnati.

Termini quali pace, democrazia, onestà, rispetto, diritti umani e sociali, legalità, solidarietà, … sono sicuramente i significanti di “significati” profondi e condivisi, assunti come propri e rispettati, ma con la disponibilità a rivederli alla luce delle opinioni che via via maturano ed anche dell’evoluzione stessa della società. L’educazione risente infatti di scelte che gli educatori stessi sono chiamati a fare per rispondere efficacemente sia alla domanda dei singoli cittadini pre-adolescenti e adolescenti, sia di quelli adulti e già avanti con l’età proprio perché l’educazione non è un fatto solo scolastico ma riguarda l’intero arco della vita di ogni uomo.

Nell’arco degli ultimi trent’anni si sono via via affermate e sempre più consolidate tre linee della scuola in ambito educativo:

 

a) la linea della prevenzione:

emarginazione, disoccupazione, malattia, droga, depressione scolastica, delinquenza (solitaria ed organizzata), violenza, sono tutte forme di insuccessi personali e sociali, spesso tra loro intrecciate e che non possono essere affrontate solo in chiave repressiva e terapeutica.

C’è di mezzo un problema di cultura, di valori, di solidarietà da promuovere e di personalità da costruire.

Il Ministero della Pubblica Istruzione (allora) ora MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), di concerto con altri Ministeri, ha promosso negli anni ’70 e ’80 una politica di promozione del successo formativo e di prevenzione della dispersione scolastica.

Tale azione può essere riassunta nell’Educazione alla salute e trova la sua massima definizione nella legge Jervolino-Vassalli (Legge 26.6.1990 n. 162, TU DPR 9.10.1990 n. 309, art. 104 – 1° comma) “Il Ministero della Pubblica Istruzione promuove e coordina le attività di educazione alla salute e di informazione sui danni derivanti dall’alcolismo, dal tabagismo, dall’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope nonché dalle patologie correlate”.

L’idea della salute sottesa a tale approccio costituisce l’esito di un lungo percorso educativo che si è riflesso puntualmente nell’elaborazione condotta dalle organizzazioni sanitarie internazionali.

E’ stato ribadito il concetto di salute intesa prima come “assenza” di malattie e poi come “stato di completo benessere psico-fisico e relazionale”.

Questo cambiamento ha permesso agli educatori e agli operatori socio-sanitari di riconoscere la valenza multidimensionale della salute, non più correlata al solo benessere fisico dell’individuo ma comprendente anche la relazione con la comunità sociale di appartenenza, con un progressivo ampliamento del concetto di “salute” alle condizioni generali di vita del soggetto.

Da qui l’estensione del concetto di salute e l’introduzione di “qualità della vita”, come orizzonte ideale ma da riempire via via con soluzioni di problemi in grado di garantire lo stato di salute del singolo soggetto (cittadino; persona) e di coniugarlo  con quello della comunità.

La linea della prevenzione del disagio e della promozione della salute hanno rafforzato nel tempo la convinzione che la scuola realizza pienamente la sua funzione di educazione preventiva nella misura in cui assolve ai propri compiti formativi: far prevenzione a scuola coincide con il fare bene scuola.

Lo slogan “Educare per prevenire” fatto proprio dal Servizio per l’educazione alla salute e la prevenzione dalle tossicodipendenze presso l’allora Ministero della Pubblica Istruzione sintetizza efficacemente l’idea di prevenzione come azione essenzialmente educativa, volta al successo formativo dell’allievo e all’innalzamento della qualità dell’ambiente scolastico in cui è inserito.

 

b) la linea della partecipazione:

lo sviluppo della cultura della prevenzione e della salute si concretizza in una proposta progettuale che di fatto ribalta sia il modello della partecipazione dei giovani alla vita della scuola, ma anche quella di altri soggetti (es. genitori, operatori socio sanitari; volontariato; mondo del lavoro, ecc.).

Tale proposta è nata sotto il nome di Progetto Giovani (promosso la prima volta nel 1985 e la seconda volta nel 1990, con fasi e riprese successive fino al 1996) e si fonda su alcune scelte educative:

  •  il protagonismo giovanile inteso come presenza attiva e responsabile dei giovani  nella progettazione, organizzazione, gestione e valutazione del Progetto Giovani

  •  il potenziamento delle risorse a disposizione del soggetto e delle competenze che permettono ai giovani di autodeterminare i propri modelli di vita a scuola

  •  la considerazione della vita scolastica come “terreno” su cui esercitare la propria azione professionale di educatori.

Il Progetto Giovani tuttavia non si limita a svolgere un generico appello alla partecipazione, bensì presuppone una precisa assunzione di responsabilità da parte degli organi collegiali di base e rivolge concretamente una particolare attenzione alla riqualificazione della partecipazione studentesca per suscitare interesse e disponibilità al cambiamento presso tutte le componenti scolastiche (dai dirigenti ai docenti, agli studenti, dai genitori ai rappresentanti di enti locali e di altre realtà istituzionali e/o di volontariato presenti sul territorio).

 

c) la linea dell’innovazione:

l’educazione alla salute, il Progetto Giovani 93 e le sue esperienze sul piano operativo nelle varie realtà scolastiche italiane, i Progetti attivati negli altri ordini e gradi di scuola (es. Progetto Arcobaleno, Progetto Ragazzi 2000, Progetto Genitori, Progetto CIC – Centri di Informazione e Consulenza) di fatto coinvolge i docenti e i dirigenti scolastici che sono gli unici in grado di agire per l’innovazione nella scuola.

La qualità del servizio educativo, e quindi la risposta che l’organizzazione-istituzione dà ai bisogni dei cittadini, viene in gran parte definita nell’ambito della discrezionalità dell’operatore che offre una prestazione che è fatta di professionalità ma anche di elementi sfumati di soggettività e di personalità.

La “stagione” dell’educazione alla salute e dei molti progetti appena ricordati anticipa i tempi della “stagione delle riforme”, quasi nel preparare le motivazioni e ne accelera l’inizio.

Gli anni ’90 costituiscono per la scuola italiana e per l’intero sistema formativo gli anni delle profonde trasformazioni: dall’autonomia scolastica alla dirigenza scolastica; dalla sperimentazione dell’autonomia alla riforma della scuola; dalla modifica del concetto di obbligo scolastico in diritto all’istruzione; all’obbligo formativo; alle altre forme di innovazioni sul piano organizzativo, amministrativo, istituzionale.

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