I cambiamenti climatici

 

Introduzione
Nel passato
Attualmente
Quali conseguenze?
Limitare i danni

Aumento della temperatura

 

Aumento del livello degli oceani

Scioglimento dei ghiacciai

 

Precipitazioni e siccità

Circolazione atmosferica e oceanica

 

Eventi meteorologici estremi

Desertificazione

 

L'Estinzione della Specie

Caldo e siccità, emergenza per stagni e lagune

 

Artico ed Eschimesi a rischio

Mediterraneo: i cambiamenti climatici attraggono nuove specie “aliene”

 

Tropici e riscaldamento globale

I cambiamenti climatici e

le popolazioni montane

 

Ecosistemi forestali

Fertilità del suolo e aree agricole

 

Benessere umano

 

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Aumento della temperatura

 

 

I modelli elaborati dagli scienziati che studiano il clima prevedono un aumento della temperatura media da 1 a 3.5 °C entro il 2100, se le emissioni di gas serra continueranno ad aumentare con il tasso attuale.

 

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Aumento del livello degli oceani

 

 

L'innalzamento della temperatura media del pianeta (il cosiddetto riscaldamento globale) potrebbe a sua volta scatenare degli effetti “secondari”, come l'aumento del livello degli oceani, causato dall'espansione termica degli strati superficiali di acqua e, in misura minore, dallo scioglimento dei ghiacci polari.

 

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Scioglimento dei ghiacciai

 

 

I ghiacciai si stanno sciogliendo con una rapidità senza precedenti: nel secolo scorso i ghiacciai delle Alpi europee e del Caucaso si sono ridotti della metà; del più grande ghiacciaio del monte Kenya, in Africa, non rimane che l’8%.

Se la situazione non dovesse cambiare, entro la fine del secolo molti ghiacciai, inclusi tutti quelli del Parco Nazionale Glacier, negli Stati Uniti, scomparirebbero dalla faccia della terra.

I circa 10 milioni di abitanti di Lima, in Perù, dipendono per le risorse idriche dal ghiacciaio Quelcaya.

In altre parti del mondo il rapido scioglimento dei ghiacci provocherà inondazioni e causerà danni all’agricoltura.

Nel 1985 in Nepal, a causa dello straripamento di un lago glaciale, un muro d'acqua alto 15 metri si è riversato a valle, provocando vittime tra la popolazione e distruggendo le abitazioni. Molti climatologi sono del parere che lo scioglimento dei ghiacciai sia uno dei primi segni tangibili del surriscaldamento del pianeta causato dall’uomo.

 

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Precipitazioni e siccità

 

 

Le precipitazioni, intese come precipitazioni totali annue, sono in aumento soprattutto nell'emisfero nord e particolarmente nelle regioni delle medie ed alte latitudini. Nell'emisfero sud, invece, non si notano variazioni significative, né si osservano tendenze in atto.

Infine, nelle regioni subtropicali vi è una chiara tendenza alla diminuzione, tendenza che coinvolge anche le regioni limitrofe delle medie latitudini.

In effetti, i fenomeni di aumento della siccità sono particolarmente evidenti nella regione del Sahel (dove a partire dal 1970 si è sempre di più aggravata), nell'Asia orientale e nel sud Africa.

Aumento dei fenomeni siccitosi si sono avuti anche in aree limitrofe, quali la parte più estrema del sud Europa (Spagna, Italia meridionale, Grecia, Turchia) e la parte meridionale degli Stati Uniti.

Tuttavia, in tutte queste aree, molti dei fenomeni siccitosi derivano anche dal comportamento anomalo di "el nino".

 

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Circolazione atmosferica e oceanica

 

 

Esistono due fenomeni periodici e ricorrenti della circolazione atmosferica ed oceanica che negli ultimi decenni hanno subito delle modifiche: il fenomeno di ENSO (El Nino Southern Oscillation), detto più brevemente "el nino", ed il fenomeno della NAO (North Atlantic Oscillation).

Per quanto riguarda "el nino", va rilevato che il suo comportamento è particolarmente insolito a partire dal 1970.

Non sono ancora chiare le cause di tale insolito comportamento.

In ogni caso si è osservato che sia la frequenza che la intensità di "el nino" sono in aumento, mentre vi è una diminuzione (in frequenza ed intensità) dei fenomeni opposti di "la nina".

Il fenomeno di “el nino” ha portato ad un aumento della frequenza e dell’intensità dei cicloni tropicali sul Pacifico e ad una diminuzione dei cicloni extratropicali generati sull’Atlantico dal 1970 fino ai giorni nostri.

 

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Eventi meteorologici estremi

 

 

In questo contesto è necessario distinguere tra precipitazioni estreme (piogge alluvionali), temperature estreme (sia calde che fredde) e tempeste (quali cicloni, tornado, ecc).

Per quanto riguarda le precipitazioni estreme, nelle regioni del pianeta dove le precipitazioni totali annue sono in aumento, risultano in aumento anche la frequenza delle piogge a carattere alluvionale.

In particolare, in queste zone le piogge tendono in generale ad avere una intensità maggiore ed una durata minore.

Per quanto riguarda le temperature estreme i dati attuali mostrano che non sembra esserci un aumento della frequenza delle temperature massime (estremi di caldo) ma appare, invece, evidente una diminuzione della frequenza delle temperature minime (estremi di freddo).

Ciò, comunque, non esclude il fatto che, indipendentemente dalla frequenza, i singoli picchi di caldo o di freddo possano talvolta raggiungere anche valori record.

Infine, un discorso a parte va fatto per le tempeste: pur non essendo variata la frequenza, sembrerebbe aumentata l'intensità o la violenza di tali tempeste.

 

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Desertificazione

 

 

Secondo le stime del Programma per l'Ambiente delle Nazioni Unite, un quarto delle terre del pianeta è minacciato dalla desertificazione.
Desertificazione non vuol dire che i deserti stanno avanzando costantemente o prendendo il possesso delle terre vicine.

In base alla definizione della Convenzione ONU, la desertificazione è un processo di "degrado dei terreni coltivabili in aree aride, semi-aride e asciutte sub-umide in conseguenza di numerosi fattori, comprese variazioni climatiche e attività umane".
La desertificazione contribuisce a creare altre crisi ambientali, quali la perdita della biodiversità.

La desertificazione spesso deriva dalla siccità, ma spesso le ragioni più significative per tale fenomeno sono rappresentate dalle attività umane quali:

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le coltivazioni intensive che esauriscono il suolo;

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l'allevamento del bestiame che elimina la vegetazione, utile a difendere il suolo da fenomeni erosivi;

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il taglio degli alberi che servono invece per trattenere il manto superficiale del terreno;

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l'irrigazione che viene effettuata con canali e tubazioni scadenti e rende salmastre le terre coltivate, desertificando 500.000 ettari all'anno, più o meno la stessa estensione di terreno che viene irrigata ex novo ogni anno.
 

Le cause che stanno dietro a questo fenomeno sono numerose e comprendono fattori economici e sociali nei paesi in via di sviluppo quali la povertà, gli elevati tassi di crescita della popolazione, l'ineguale distribuzione delle proprietà terriere, l'afflusso di rifugiati, la modernizzazione che fa abbandonare le tradizionali tecniche di coltivazione.
La vita sulla terra si basa su quello strato superficiale del terreno che fornisce i nutrienti necessari alle piante, alle colture, alle foreste, agli animali ed alle persone.

Senza di esso, in definitiva, nessuno potrebbe sopravvivere.

Sebbene questo strato abbia bisogno di lungo tempo per svilupparsi, se non viene curato in maniera appropriata, esso può scomparire in poche stagioni a causa dell'erosione che deriva dall'attività del vento e dell'acqua.

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L'Estinzione della Specie

 

 

La scomparsa degli habitat naturali, ed in special modo delle foreste tropicali, è la ragione principale dell'estinzione delle specie.

Questa è principalmente causata dalle attività umane:

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deforestazione,

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inquinamento dell'aria e delle acque,

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scarico nell'oceano di rifiuti e scorie inquinanti,

oltre agli effetti collaterali dello sviluppo in generale, ognuno dei quali è legato, direttamente o in qualche altra maniera, alla crescita della popolazione umana.
Si stima che dagli inizi sino a metà degli anni '80, sono scomparsi ogni anno più o meno 10 milioni di ettari di foreste pluviali tropicali.

Queste foreste coprono solamente il 7 per cento della superficie terrestre ma costituiscono l'habitat di una percentuale variabile tra il 50 e l'80 per cento delle specie del pianeta.

Per esempio, in un'area tipo di 2.500 acri di foresta pluviale tropicale si possono trovare circa 1.500 specie di piante da fiore, 750 differenti specie di alberi, 400 specie di uccelli e 150 differenti farfalle.

La biodiversità, cioè la varietà di piante e specie animali presenti nell'ambiente naturale, è necessaria per la qualità dell’esistenza umana.
Foreste, pascoli, tundre, deserti, fiumi, laghi e mari sono le abitazioni della maggior parte delle diverse specie biologiche della terra
Tra il 1810 ed il 1995 si sono estinte 112 specie di mammiferi ed uccelli, una cifra pari a tre volte quelle estintesi tra il 1600 ed il 1810 e migliaia di forme di vita quali molluschi, piante, pesci ed insetti.
I fattori che contribuiscono alla perdita di specie comprendono la distruzione degli habitat, l'invasione di nuovi habitat da parte di specie non originarie del luogo, l'innalzamento della temperatura del pianeta e l'esaurimento della fascia di ozono nell'atmosfera.

In quest'ultimo caso, i raggi ultravioletti minacciano non solo la vita animale e vegetale sulla terra e negli oceani, ma anche quella umana con il loro potere distruttivo.

 

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Caldo e siccità, emergenza per stagni e lagune

 

 

 

Allarme zone umide costiere in Italia: la siccità e le alte temperature stanno mettendo a rischio queste aree nonostante qualche sporadico e violento temporale.

Infatti, appena la colonnina di mercurio sale vertiginosamente cambia la composizione chimica delle acque di paludi, stagni, lagune e, a lungo andare, l’intero ecosistema rischia il “collasso” con gravi morie di pesci.

E' già accaduto nello Stagno di San Teodoro in Sardegna con tonnellate di pesci morti (tra cui molte specie pregiate come spigole, orate, anguille) che galleggiavano nelle acque solitamente cristalline.

La minaccia riguarda molte delle aree umide costiere tanto che il WWF si aspetta altre crisi simili a quelle avvenute in Sardegna.

Generalmente le aree più vulnerabili sono le zone umide costiere, le aree boschive di pianura o collinari che soffrono di più per le alte temperature che influiscono direttamente sulla presenza di ossigeno disciolto nell'acqua e sull’accelerazione delle attività batteriche.

Anche la salinità è direttamente proporzionale alla temperatura in quanto, col crescere dei gradi, aumenta l'evaporazione e di conseguenza la concentrazione dei sali nell'acqua.

Inoltre lo scarso ricambio di acqua, per le scarse precipitazioni e per l’altrettanta scarsa portata degli immissari, espone le aree umide al rischio di: eutrofizzazione, mancanza di ossigeno, morie di pesce, crostacei e molluschi

In passato l'Italia era allagata per circa 3 milioni di ettari, pari al 10% dell'intero territorio della penisola.

Oggi sopravvivono soltanto 200.000 ettari di zone umide, dei quali 50.000 sono stati classificati di importanza internazionale.

Sono aree importanti perché hanno la più alta biodiversità in Italia, ovvero, un altissimo numero di specie animali e vegetali, hanno un ruolo importante per la sosta degli uccelli migratori o nidificanti e un’altissima produttività per la pesca.

 

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Artico ed Eschimesi a rischio

 

 

Le regioni boreali ed artica saranno quelle maggiormente colpite dal riscaldamento: la pioggia che cade sulla neve alle latitudini settentrionali in inverno può creare enormi problemi agli animali erbivori, in particolare renne, caribù e buoi muschiati che si nutrono di licheni.

Quando l'acqua piovana si infiltra attraverso la neve congela nuovamente e la copertura di ghiaccio impedisce agli animali di accedere al cibo perché si forma uno strato di ghiaccio sulla superficie spesso vari centimetri, che anche una persona non potrebbe forare senza strumenti; quando il ghiaccio non è impenetrabile le temperature più alte fanno crescere funghi e muffe tossiche tra i licheni, per cui gli erbivori evitano queste zone.

Entro la fine del secolo il riscaldamento progressivo del pianeta distruggerà un terzo degli habitat naturali mettendo a rischio la sopravvivenza di moltissime specie di animali e piante.

Ma il pericolo è anche per gli uomini: gli eschimesi infatti, potrebbero rischiare l’estinzione.

Gli eschimesi, che si chiamano 'inuit' (uomini), sono 120.000 e vivono di caccia (renne) e di pesca (foche e balene) in Alaska, Groenlandia, Russia e Canada.

Nelle latitudini al Nord di Russia, Canada e Scandinavia, dove si prevede che il riscaldamento sia più rapido, potrebbe andare perduto oltre il 70 per cento degli habitat naturali.

Non si tratta di un mutamento lento e controllato, ma veloce e senza precedenti nella storia dell'uomo.

Lo scenario proposto prevede migrazioni di massa di piante e animali in fuga dal riscaldamento del proprio habitat.

Il riscaldamento della tundra, la zona che sta tra la calotta polare e la linea degli alberi, ha già provocato un mutamento delle rotte di migrazione dei caribù, le renne del Nord America, che sono tra le principali fonti di sopravvivenza per gli eschimesi.

Gli inuit hanno anche notato nel loro territorio la presenza di orsi grigi e di altri insetti e uccelli che normalmente si trovano più a Sud.

 

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Mediterraneo:

i cambiamenti climatici attraggono nuove specie “aliene”

 

 

L'invasione continua senza sosta: sono 56 le specie di pesci esotici che ormai si sono adattate nel nostro mare. Con gravi rischi per la biodiversità.

Il cambiamento climatico che ha portato un innalzamento della temperatura delle acque mediterranee ha facilitato la penetrazione e l'affermazione di specie aliene attraverso il Canale di Suez ed il successo delle specie aliene subtropicali e tropicali.

 

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Tropici e riscaldamento globale

 

 

In una foresta pluviale in Costa Rica si è scoperto, nelle annate più calde, un rallentamento della crescita degli alberi e un forte rilascio di biossido di carbonio dagli stessi.

Secondo i promotori della ricerca, se tutte le foreste della Terra risultassero così sensibili al riscaldamento, le zone tropicali potrebbero ben presto diventare un’immensa sorgente di gas serra, invece di assorbirli.

Un simile fenomeno permetterebbe un innalzamento globale delle temperatura a una velocità molto più elevata di quanto presumono le attuali stime.

Il processo della fotosintesi permette agli alberi di assorbire il biossido di carbonio, respirando però di continuo il gas.

Molti ricercatori erano convinti che i due processi in un certo modo si bilanciassero. Recentemente alcuni ecologi della University of Missoury-Columbia, hanno esaminato dalla stazione biologica La Selva, situata in Costa Rica, i dati dal 1984 al 2000 inerenti la crescita di sei specie di alberi.

I risultati hanno appurato un evidente declino causato da elevate temperature notturne che potrebbe stimolare gli alberi a rilasciare quantità più elevate di biossido di carbonio.

 

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I cambiamenti climatici e le popolazioni montane

 

 

A causa delle variazioni climatiche che minacciano di alterare gli ecosistemi regionali, per molte comunità di montagna la vita potrebbe diventare più difficile.

Proprio come molte specie vegetali e animali sono costrette a spostarsi verso l’alto per trovare habitat più favorevoli, le popolazioni montane dovranno adeguarsi ai cambiamenti in corso.

Inoltre, le montagne diventeranno territori sempre più pericolosi, poiché lo scioglimento del permafrost e lo slittamento dei ghiacciai accelereranno il processo di erosione del suolo e accentueranno il rischio di frane, alluvioni e valanghe.

Vi saranno ripercussioni anche sull’irrigazione, prodotte all’inizio dalle alluvioni e in seguito dalla siccità, rendendo ancor più difficile la sopravvivenza degli agricoltori di sussistenza e dei produttori di colture commerciabili.

La quasi totalità delle attività economiche, come la produzione boschiva e il turismo, sono destinate a fallire in conseguenza delle definitive alterazioni degli ecosistemi montani.

Uno degli effetti indiretti dei cambiamenti climatici nelle regioni montane di tutto il pianeta è anche il rischio crescente di epidemie.

Gli scienziati riferiscono che, con l’aumento delle temperature, le zanzare coinvolte nella trasmissione di malaria, febbre dengue e febbre gialla si stanno diffondendo ad altitudini più elevate.

Le montagne possono essere considerate il barometro dei cambiamenti climatici a livello mondiale.

Questi fragili ecosistemi presenti in ciascun continente sono particolarmente vulnerabili alle oscillazioni termiche.

Molti climatologi sono dell’idea che i cambiamenti in corso nelle regioni montane siano un’anticipazione di ciò che potrebbe verificarsi in futuro negli habitat di pianura.

 

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Ecosistemi forestali

 

 

Gli ecosistemi forestali dipendono strettamente dal clima, sia per la loro distribuzione che per la loro produttività ed efficienza.

Un aumento della temperatura media annua compreso tra 2 e 4 °C potrebbe determinare uno sconvolgimento nella distribuzione territoriale della vegetazione forestale, con uno spostamento verso latitudini più settentrionali e quote più elevate delle diverse fasce fitoclimatiche.

Aumenterà probabilmente il rischio di incendio in estate per la vegetazione mediterranea e in inverno per le foreste alpine.

 

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Fertilità del suolo e aree agricole

 

 

L’aumento di concentrazione della CO2 atmosferica può influenzare la fertilità del suolo e i processi di erosione.

Temperature più elevate possono determinare un aumento della velocità di decomposizione microbica della materia organica, condizionando negativamente la fertilità del suolo.

Infine, gli effetti più gravi dell'aumento del livello medio dei mari potrebbero essere rappresentati dalle inondazioni o comunque dalla perdita di aree agricole e dall’intrusione di acqua marina nelle falde e nei corsi d’acqua delle aree costiere.

 

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Benessere umano

 

 

L'aumento della temperatura tenderà a modificare anche l'uso del tempo libero della popolazione ed in particolare tenderà a stimolare maggiori attività turistiche e ricreazionali all'aria aperta nel nord Europa ed a ridurle, invece, nel sud Europa. Nell'area Mediterranea in particolare, le più frequenti ondate di calore e di siccità, insieme alla minore disponibilità di acqua potrebbero modificare le attuali abitudini turistiche concentrate soprattutto in estate, così come il minor innevamento e la progressiva ritirata dei ghiacciai potrebbe modificare e ridurre l'abituale turismo invernale alpino. Senza sottovalutare poi le difficoltà del nostro organismo di adattarsi in breve tempo a temperatura molto basse o molto alte.

 

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