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Corso nazionale di aggiornamento per docenti della scuola secondaria di primo grado e del biennio della scuola secondaria di secondo grado a cura della Commissione centrale alpinismo giovanile e della Scuola centrale di alpinismo giovanile del Club Alpino Italiano.

 

 

 Tema: “Recupero ambientale: la rivalutazione del territorio modellato dall’uomo nei secoli e della ricchezza storica e naturale che lo caratterizza”

 

Dal 21 al 24 ottobre 2007 si è tenuto a Santa Margherita Ligure un corso di aggiornamento per docenti della scuola secondaria di primo grado e del biennio della scuola secondaria di secondo grado, per complessive 30 ore, al quale abbiamo partecipato come docenti della scuola media statale Griffini.
L’attività di campagna si è svolta all’interno del Parco Regionale di Portofino e del comprensorio delle Cinque Terre in Liguria.
E’ stata un’opportunità per acquisire conoscenze scientifiche, competenze metodologiche ed operative trasferibili all’interno della nostra programmazione didattica ed applicabili ovviamente anche a territori diversi. Tali conoscenze sono riconducibili ad approfondimenti di carattere storico-antropologico, ambientale, paesaggistico e gestionale.
Durante il corso abbiamo affinato gli strumenti per un approccio scientificamente corretto alla conoscenza di un territorio, valorizzandone le caratteristiche con particolare valenza didattica, ed al riconoscimento della ricchezza insita in un paesaggio che mostra i segni di chi lo ha vissuto, modellato e abbandonato.
La metodologia ha compreso lezioni frontali, dibattiti, escursioni in ambiente ed attività didattiche di campagna con studenti.
Con la presente si intende mettere a disposizione di colleghi e studenti il materiale fornito dagli organizzatori del corso (schede di campagna da utilizzare durante le uscite didattiche, dispense sugli aspetti naturalistici della Regione Liguria, l’elenco degli operatori didattici CAI sul territorio nazionale) e la presentazione del territorio studiato durante il lavoro di campagna.

 

 

 Casalpusterlengo, 18 dicembre 2007        

                                  

Gloria Bellagamba, Daniele Sacchetti

 

   MATERIALE

 

Ø      Presentazione

Ø      Dispense geologia-flora-fauna

Ø      Elenco contatti alpinismo giovanile

Ø      Scheda diario di gita

Ø     Scheda Paesaggio antropizzato e aspetti ecologici

Ø      Presentazione itinerari

 

 

 

Verranno qui di seguito brevemente descritte le principali tipologie di roccia che si possono incontrare in Liguria, partendo da ponente e spostandosi verso levante.

 

Sulle montagne imperiesi affiorano soprattutto formazioni sedimentarie.

1)     calcari mesozoici: nel settore ligure dell’alta val Tanaro caratterizzato da grandi falesie. Comprendono:

a)                 una serie di dolomie e di calcari grigi ben stratificati,

b)                 una formazione di calcari grigio azzurri che poggia sul “siderolitico”, un sottile accumulo di argille e marne di colore rossastro perché ricco di ematite,

c)                  una serie di calcari micritici fossiliferi chiari.

2) calcari giurassici: nell’estremo lembo occidentale della Liguria (massiccio Longoira-Grammondo), rappresentano il nucleo di un’anticlinale che affiora con una cresta rocciosa su cui passa il confine italo-francese. Il contenuto fossilifero testimonia un ambiente di sedimentazione pelagico di acque calme non troppo profonde.

3) calcari marnosi del cretaceo superiore: diffusi dalla Mortola alle alte valli del Nervia e dell’Argentina. Sono formazioni di mare aperto potenti anche 500m, di calcari marnosi e marne, dalla frattura concoide e ricchi in contenuti fossiliferi. Sono rocce molto erodibili che danno origine a pendii piuttosto dolci e uniformi e al corso ad ampi meandri del torrente Bevera.

4) Flysch a elmintoidi: nell’imperiese, comprende un complesso in prevalenza calcareo (nel settore costiero e nella parte centrale e orientale della provincia fino al M. Saccarello) e un complesso in prevalenza arenaceo (sulle dorsali del M.Ceppo e del M.Bignone), oltre a un complesso basale pelitico.

5) calcari nummulitici del Luteziano: affiorano in alta valle Argentina (Triora), alta val Nervia (Toraggio-Pietravecchia) e alta val Barbaira. La notevole rigidità e carsificabilità di questi calcari ha determinato la formazione di paesaggi altamente spettacolari con falesie a strapiombo, picchi e guglie.

6) calcari arenaceo marnosi nummulitici del Luteziano: affiorano nella stessa area del precedente e sono composti da arenarie e calcari arenacei ricchi di fossili (nummuliti e globigerine). Generalmente risultano ben boscati (Testa d’Alpe, Abellio e M. Gerbonte).

7) calcari cenozoici del settore settentrionale: interessano l’alta val Tanaro. Si sovrappone nel Cretaceo uno strato di calcari marnosi al di sopra dei quali si trova “l’Hard Ground”, una crosta fossilifera di colore rossastro o verde caratterizzata da numerose mineralizzazioni (ematiti, apatiti, cloriti).

8) formazioni flyschoidi di varia origine:

a)                 flysch di Ventimiglia: complesso arenaceo pelitico

b)                 scisti a blocchi, sovrapposti ai precedenti

c)                  flysch nero, argilloso arenaceo, sovrapposto ai precedenti.

 

ENDEMISMI E RELITTI GLACIALI SUL MONTE TORAGGIO: tra i relitti glaciali spicca la sassifraga a foglie opposte (Saxifraga oppositifolia), presente in Alaska, Canada, Islanda, Scandinavia, Siberia e diffusa anche sulle alte catene montuose dell’emisfero boreale. Tra gli endemismi l’euforbia di Vallino (Euphorbia valliniana), presente in tre sole località al mondo tra Alpi Cozie, Marittime francesi e Liguri meridionali; la moehringia di Le Brun (Moehringia lebrunii), che si trova in quattro sole località tutte nelle Alpi Liguri (due in Francia e due in provincia di Imperia); il fiteuma di Balbis (Phyteuma cordatum), in sei località tra Alpi Liguri meridionali, settentrionali e Marittime francesi; il rapontico di Bicknell (Stemmacantha heleniifolia subsp. Bicknellii), in quattro sole località, due imperiesi e altre due in provincia di Cuneo.

 

Il finalese è caratterizzato dalla “Pietra di Finale”, una formazione rocciosa risalente a più di 20 milioni di anni fa quando sul fondo di un antico golfo si depositarono molto lentamente detriti e gusci calcarei fino a formare uno strato di sedimenti spesso più di 200m che in seguito si è cementato trasformandosi in roccia sedimentaria, la quale è stata poi sollevata fino a dar luogo, ad oltre 300m di quota, a un vasto altopiano calcareo ricco di fossili e forme carsiche superficiali (valli secche e doline) e sotterranee (grotte).

 

Capo Noli: gigantesche falesie battute dalle onde

Il promontorio di capo Noli costituisce il limite orientale degli altopiani finalesi e il suo profilo a gradino, testimonianza di un antico livello del mare, è facilmente riconoscibile da molte località della costa ligure. Le sue imponenti falesie sono costituite da calcari e dolomie molto più antichi della “pietra di finale” e ospitano una piantina rupestre di grande interesse, il vilucchio di capo Noli (Convolvulus sabatius) che si trova solo qui e in alcune località dell’Algeria e del Marocco.

 

Vegetazione mediterranea sugli altipiani e bosco di caducifoglie negli avvallamenti

Sugli altipiani finalesi si possono osservare tutti gli stadi evolutivi della vegetazione mediterranea: dalle associazioni pioniere che colonizzano le rupi più ostili, alle garighe (costituite da erbe e piante legnose basse quali l’euforbia spinosa, il timo e la lavanda), alla macchia mediterranea caratterizzata da fitti cespuglieti sempreverdi, alle leccete che rappresentano lo stadio più evoluto in rapporto al clima.

La vegetazione mediterranea è insediata soprattutto nelle zone sommitali degli altipiani più calde e aride, mentre sul fondo delle depressioni e dei solchi vallivi e sui versanti esposti a nord dove l’ambiente è più fresco e umido si incontrano boschi misti in cui il leccio è associato all’orniello e al carpino nero. Si tratta di un evidente caso di inversione altitudinale della vegetazione.

Tra le piante più significative dal punto di vista botanico figurano endemismi come la rarissima campanula a foglie uguali (Campanula isophylla) esclusiva del Finale e la campanula di Savona (Campanula sabatia) tipica del savonese. Di notevole interesse sono anche alcuni relitti calcarei di un’antichissima flora mediterranea come il vilucchio di Capo Noli e la malva delle rupi (Lavatera maritima), tipica delle coste occidentali del Mediterraneo, che in Italia cresce solo in Liguria, Sardegna e nell’Isola di Gorgona.

 

I gruppi montuosi che appartengono al Parco del Beigua fanno parte del “Gruppo di Voltri”, una formazione di rocce magmatiche dette ofioliti o “rocce verdi”, formatesi 150 milioni di anni fa sull’antico fondo marino che separava i continenti europeo e africano. In seguito all’orogenesi alpina queste rocce sono state sottoposte a processi metamorfici che le hanno trasformate in serpentinite, un silicato ricco di ferro e magnesio che si ritrova anche sulle Alpi.

Nell’area sono presenti anche altri tipi di rocce:

a) calcescisti: sedimenti calcarei metamorfosati deposti sull’antico fondo marino; lungo la costa, tra Voltri e Rossiglione.

b) conglomerati: rocce sedimentarie costituite da una matrice che ingloba clasti arrotondati come marne e arenarie, provenienti dallo smantellamento delle zone fino ad allora emerse da parte del mare in avanzamento; nella zona di Varazze, S.Giustina, Sassello e Rossiglione.

 

Montagne nate in fondo a un oceano

Le rocce che oggi formano il massiccio del Beigua in origine facevano parte del fondo di un bacino oceanico.

I geografi hanno scelto il Colle di Cadibona, nell’entroterra di Savona, come il limite tra Alpi e Appennini sia per motivi storici (già i romani vi individuavano il punto di incontro tra i due sistemi) sia perché in corrispondenza di tale valico si registra un evidente abbassamento della catena montuosa.

Per i geologi invece il gruppo del Beigua fa ancora parte delle Alpi perché ne condivide l’evoluzione geologica.

Essi ritengono che l’Europa abbia cominciato ad avvicinarsi all’Africa circa 130 milioni di anni fa. Le rocce che oggi costituiscono i monti del Beigua erano porzioni dell’antica crosta oceanica che in un primo momento furono spinte in profondità dove subirono energiche deformazioni e trasformazioni metamorfiche a causa delle alte pressioni e temperature. Le rocce magmatiche (peridotiti, gabbri e basalti) che costituivano la crosta oceanica si trasformarono in questo modo in rocce metamorfiche (serpentiniti, metagabbri, eclogiti, metabasalti, prasiniti). Quando poi si ebbe la collisione tra le due placche continentali, circa 40 milioni di anni fa, tali rocce furono spinte nuovamente in superficie e oggi formano gruppi montuosi come quello del Beigua, del Monviso e varie altre montagne delle Alpi occidentali e centrali.

Nel complesso vengono dette ofioliti o “pietre verdi” perché il verde è il colore predominante dei minerali che le compongono. Le ofioliti del Beigua, della Punta Martin e della zona di Praglia formano un insieme di rocce che i geologi chiamano “gruppo di Voltri”, nel quale predominano le serpentiniti che essendo rocce compatte e molto resistenti all’erosione hanno dato luogo a rilievi particolarmente aspri e impervi. Le serpentiniti inoltre contengono notevoli quantità di magnesio e metalli pesanti, sostanze che hanno un’influenza negativa su molte specie vegetali.

 

SERPENTINOFITE E RELITTI SERPENTINICOLI: le prime esigono proprio substrati resi tossici dall’alta concentrazione di magnesio e metalli pesanti, come la viola di Bertoloni (Viola bertolonii) esclusiva del “gruppo di Voltri” e il lino a campanelle (Linum campanulatum) dai grandi fiori di colore giallo, carico che rappresenta una serpentinofita “preferenziale”.

I relitti serpentinicoli sono specie caratterizzate in passato da una diffusione assai più ampia di quella attuale, non legata necessariamente ai substrati serpentinosi. Le doti competitive non eccelse relegarono queste piante sui suoli avvelenati dal magnesio in cui la concorrenza tra i vegetali è molto scarsa. Alcuni esempi sono la dafne odorosa (Daphne cneorum) e la felcetta lanosa (Cheilanthes marantae), che a differenza delle sue consimili, use a rifugiarsi nei luoghi ombrosi e umidi, predilige i ghiaioni assolati.

 

La zona genovese che ricade nel Parco dell’Antola è caratterizzata da rocce sedimentarie:

1) formazione di Ronco e argilliti di Montoggio, del Cretaceo medio-superiore (80-100 milioni di anni fa ), al limite più esterno dell’area.

2) calcari di Monte Antola, nella parte più ampia e elevata: strati di calcare marnoso alternati ad argilliti e arenarie, del Cretaceo superiore - Paleocene (60-80 milioni di anni fa); vengono anche chiamati “calcari ad elmintoidi” per la presenza delle tracce fossili di questi antichi organismi limivori.

3) conglomerati di Savignone, dell’Oligocene (25-35 milioni di anni fa), sovrastano le altre formazioni nella porzione più occidentale dell’area (M.Reale, Rocche del Reopasso, M.Reale).

 

La zona del promontorio di Portofino è caratterizzata da due formazioni sedimentarie:

1) calcari di M. Antola nel settore settentrionale, un flysch di origine sottomarina.

2) conglomerato di Portofino nel settore meridionale, una roccia sedimentaria detritica con ciottoli arrotondati, soprattutto calcarei.

 

Il parco dell’Aveto, nella parte centro orientale della regione, presenta una grande varietà geologica:

1) formazione di Val Lavagna, caratterizzata da rocce metamorfiche (ardesie)

2) arenarie di Monte Gottero, rocce sedimentarie che derivano dalla cementazione di sedimenti sabbiosi (M.Caucaso, M.Zatta, M.Ramaceto).

3) ofioliti del Bracco, rocce magmatiche che derivano dalla peridotite risalita dal mantello terrestre in zone di dorsale oceanica, dove il suo costituente principale, l’olivina (silicato di Fe e Mg) si è raffreddato e mescolato con l’acqua formando magnetite (ricca di Fe) e serpentino (ricco di Mg). Si trovano sulle cime più elevate, M.Maggiorasca, Groppo Rosso, Nero, Penna e Aiona, caratterizzate da una sequenza geologica rovesciata, con alla sommità i basalti a pillows.

4) scisti zonati, derivanti da frane sottomarine che hanno inglobato clasti più antichi.

 

Il parco delle Cinque Terre è caratterizzato da 4 porzioni geologicamente distinte:

1) centrale (Massiccio del Bracco): rocce verdi o ofioliti, tra Monterosso e Framura; diabasi in cuscini o “lave a pillow” tra Framura e Bonassola (rocce basaltiche formatesi sul fondo marino in seguito al rotolamento delle gocce di lava lungo i fianchi della dorsale); diaspri (rocce rosse per la presenza di ossidi di ferro, a composizione silicea, contenenti gusci di radiolari).

2) a ponente di Framura: rocce sedimentarie, argilloscisti e arenarie del Mesozoico, che costituiscono le falesie del promontorio di Punta Manara, Riva, Moneglia, Deiva e Punta Mesco.

3) a levante di Monterosso: arenarie del cenozoico del tipo “Macigno” (serie toscana) alternate a argille scistose.

4) Promontorio di Portovenere e Montemarcello: “Lama di La Spezia”, elemento geologico estraneo proveniente dalle zone toscane, inseritosi come scaglia tettonica durante i movimenti orogenetici appenninici; comprende da ovest verso est: rocce quarzose, calcari bianchi di Punta Bianca, formazioni calcaree, diaspri e scisti policromi.

 

LA FAUNA DELLA LIGURIA

 

La trasformazione del paesaggio avvenuta a partire dagli anni 50 con l’abbandono dei campi e il progressivo ritorno del bosco nell’entroterra ligure, ha determinato la formazione di ambienti favorevoli al ritorno degli ungulati selvatici.

 

Il capriolo ha una densità che attualmente raggiunge i 40-60 capi /100 ettari, grazie all’abbondanza di ambienti di transizione tra il prato e il bosco come le radure. Alcuni esemplari furono introdotti negli anni 50 nella riserva di Ferrania nell’alta Val Bormida e oggi sono circa 20.000 distribuiti su tutto il territorio della Liguria.  E’ il più piccolo tra i cervidi, con il maschio che pesa circa 30 Kg e la femmina 20 Kg. I due sessi si distinguono facilmente perché solo il maschio porta il palco formato da due stanghe ciascuna con al massimo 3 punte; il palco è osseo, cade in inverno e si riforma ogni anno in primavera, inizialmente è ricoperto e protetto da uno strato di epidermide chiamato velluto, del quale l’animale si libera sfregandolo contro la corteccia degli alberi. Inoltre mentre nella femmina lo specchio anale è a forma di cuore per la presenza del ciuffo di peli pelvici, nel maschio è a forma di rene.

Mentre per gli altri ungulati la stagione degli amori è in autunno, i caprioli si accoppiano in agosto e i piccoli (da 1 a 4; in media 2) nascono la primavera successiva nel mese di maggio, in quanto l’embrione rimane quiescente da Agosto a Novembre. Durante l’inverno si formano gruppi familiari costituiti dalla femmina più due piccoli.

 

In Liguria il daino è stato reintrodotto nel 1973 con immissioni di alcune decine di capi provenienti dall’ex riserva presidenziale di San Rossore  (Pisa), oggi parco regionale. I daini liberati presso il lago del Brugneto, ai piedi del Monte Antola, sono riusciti a costituire una piccola popolazione stabile anche se il disturbo antropico continuo rappresenta un forte fattore limitante.

Il maschio pesa circa 1 quintale (la femmina la metà) e possiede un palco con una zona piatta estesa detta pala; il mantello è pomellato e lo specchio anale presenta la coda evidente e un bordo nero a forma di ancora.

 

Il camoscio è presente nelle Alpi Liguri e Marittime (600-1000 esemplari in Valle Argentina). Sia il maschio che la femmina possiedono corna con cerchi di accrescimento annuali.

Diffuso in tutto l’Appennino e nelle Alpi occidentali, il cinghiale è in espansione in tutta l’Europa a partire dagli ultimi 50 anni, grazie alla sua notevole plasticità ecologica e capacità di adattamento. Ha tronco trapezoidale, il maschio è più grosso con pennello penico evidente e possiede anche “denti” di maggiori dimensioni rispetto alla femmina, detti difese quelli inferiori e coti quelli superiori ripiegati verso l’alto.   

 

Dopo essersi estinto in Liguria agli inizi del Novecento a causa sia della persecuzione diretta ad opera dell’uomo sia dell’estinzione dei grossi ungulati selvatici sue prede naturali, il lupo vi è ricomparso nei primi anni Ottanta, quando sul territorio erano nuovamente presenti buone densità di ungulati (soprattutto cinghiali). I primi esemplari a colonizzare la Liguria provenivano con tutta probabilità dal vicini Appennino Tosco-Emiliano, dove già da tempo esistevano nuclei autoriproducentesi. Infatti a causa della struttura sociale fortemente gerarchizzata ogni anno i giovano lupi tendono a disperdersi alla ricerca di un nuovo territorio di caccia e durante il periodo di migrazione possono coprire distanze anche di 70-80 km in due giorni.

Protetto dal 1976, attualmente il lupo si trova distribuito nella nostra penisola in modo discontinuo lungo tutto l’Appennino, dalla Calabria fino alla Liguria. Nella nostra regione risulta accertata la sua presenza lungo la dorsale appenninica spezzina e genovese.

Lungo 100-140 cm, coda da 30 a 40 cm, altezza al garrese 70-80 cm, peso variabile da 17 a 35 Kg, pelo di colore grigio-bruno-nerastro, con una striscia scura sulla linea mediana delle zampe anteriori, il lupo appenninico presenta colorazione più scura e aspetto meno imponente e più compatto rispetto agli esemplari del Nord America e del Nord Europa. A differenza di questi ultimi non caccia in branchi numerosi, ma a coppie, per il semplice motivo che il tipo di prede disponibili non richiede l’attacco in branco.

L’epoca degli amori è a Marzo e le nascite avvengono verso la fine di Maggio; i cuccioli, da 4 a 8 per parto, impiegano circa 1 mese per essere svezzati. Se in un gruppo di lupi vi sono più femmine in età riproduttiva solo quella dominante si accoppia con il maschio dominante.

Un aspetto sul quale è opportuno fare chiarezza riguarda la possibilità di incrocio tra lupo e cane e la confusione che spesso si fa sul termine “cane rinselvatichito”. Con questa espressione si intende un cane ormai completamente indipendente dall’uomo per la propria sopravvivenza. In realtà si è riscontrato che questi cani raramente riescono a far sopravvivere la prole e la loro permanenza sul territorio dipende dalla presenza dei cani randagi ancora legati all’uomo per la propria sussistenza, che possono entrare nel gruppo dei cani rinselvatichiti e rimpiazzare gli individui che muoiono. In Liguria non esiste il fenomeno dei cani rinselvatichiti (presenti nell’Appennino centro meridionale), mentre si possono trovare cani “vaganti”, ovvero sia cani randagi sia cani di proprietà lasciati spesso liberi di circolare sul territorio. Si riteneva che il lupo si potesse incrociare piuttosto facilmente con i cani rinselvatichiti, in realtà questi ultimi evitano il territorio frequentato dal lupo in quanto essi stessi possono venire predati.

La conservazione di una specie che in Italia è considerata tuttora in pericolo di estinzione è legata strettamente al problema della sua gestione: da una parte è possibile cercare di diminuire l’impatto predatorio sul bestiame pascolante diversificando il popolamento di ungulati selvatici, dall’altra è necessario creare un rapporto di fiducia con le popolazioni locali risarcendo i danni arrecati alla pastorizia e dando informazioni corrette sull’argomento.

 

IL COLUBRO LACERTINO: delle 10 specie di serpenti segnalate in Liguria solo 2 sono dotate di veleno, la vipera e il colubro lacertino; ma mentre la vipera ha le zanne del veleno canalicolate e poste nella parte anteriore delle mascelle superiori, il colubro lacertino è un serpente “opistoglifo”, cioè con le zanne poste nella parte posteriore della bocca e sprovviste di un canale interno per cui il veleno viene iniettato nelle prede per semplice scorrimento e il suo morso non risulta molto pericoloso per l’uomo. In caso di pericolo ha un tipico atteggiamento: soffia minaccioso e sferra anche attacchi a bocca spalancata. Esso deve il suo nome volgare alla caratteristica conformazione del capo, con una concavità nella zona interorbitale che lo fa somigliare a un sauro; è un serpente di notevoli dimensioni che può raggiungere i 250 cm di lunghezza e una colorazione variabile da bruno-giallastra a olivastra.

 

LA LUCERTOLA OCELLATA (Lacerta lepida): i maschi di questa specie, caratterizzata da corpo robusto e coda lunga, raggiungono la lunghezza di 60cm arrivando talvolta agli 80cm; il nome deriva dalle macchie rotonde blu (ocelli) che ornano i lati del corpo dei maschi adulti.

La specie è diffusa nella Penisola Iberica, nella Francia meridionale e nella Liguria occidentale, ma le sue popolazioni sono in regresso in tutto l’areale. Attualmente nella nostra regione la specie presenta una distribuzione sporadica limitata alle province di Imperia e Savona ed è per questo protetta dalla legge regionale sulla “tutela della fauna minore” (L.R. 4/92) considerando anche l’importanza della Liguria come limite orientale del suo areale.

La lucertola ocellata abita preferibilmente le zone a macchia mediterranea fino ai 500m di altitudine: agile e veloce nonostante la mole, è attiva durante il giorno; si nutre principalmente di insetti ma anche di piccoli mammiferi. I maschi sono territoriali e durante il periodo degli accoppiamenti difendono il loro spazio in modo aggressivo.

 

In Liguria è presente la Vipera (Vipera aspis) che rappresenta l’unico ofide velenoso di tipo “proteroglifo”, cioè con denti del veleno anteriori e ripiegati indietro a riposo. E’ lunga in media 60-75 cm e si riconosce per la forma del corpo che è allungata ma tozza e si restringe improvvisamente nella coda; inoltre il capo è ricoperto da squame di piccole dimensioni e possiede occhi con pupilla verticale; la colorazione è variabile con disegno a zig-zag scuro sul dorso.

IL PICCHIO NERO: è la più grossa specie di picchio europeo, di colore nero e vertice del capo rosso, diffuso su tutto l’arco alpino ma anche sull’appennino centro-meridionale. Sulle Alpi preferisce i boschi misti maturi di conifere e latifoglie soprattutto tra 1000 e 1700m di altitudine; sull’Appennino si insedia anche in fustaie pure di faggio. Di abitudini piuttosto schive è più facile rilevarlo dal canto caratteristico,  lamentoso e ripetuto.

Sulle Alpi Liguri è limitato a poche aree della provincie di Imperia sul confine tra Francia e Piemonte (ad esempio le alte valli Argentina e Arroscia), in lariceta, pineta a pino nero e silvestre e vecchi rimboschimenti di abeti bianchi e rossi, tra 1000 e 1500m, con una popolazione scarsa ma stabile.

 

L’AQUILA: è un rapace di grossa taglia con un’apertura alare di 2,30 m nelle femmine e 2 m nei maschi e con un peso di circa 6,5 kg. Possiede un territorio la cui dimensione varia da 50 a 500 km, con nidi a quota più bassa rispetto ai territori di caccia. Le sue prede sono piccoli roditori, lepri, marmotte e piccoli di camoscio e capriolo.

 

Serpenti caprioli e rapaci

Posto a confine tra Alpi, Appennino e Mediterraneo il comprensorio del Beigua è interessante dal punto di vista faunistico perché costituisce il limite di diffusione di alcune specie animali.

Le zone umide del massiccio montuoso ospitano piccole popolazioni di tritoni punteggiati (Triturus vulgaris meridionalis), anfibi che risultano assenti nel settore occidentale della Liguria, mentre sulle pendici meridionali dei monti si può incontrare il colubro lacertino (Malpolon monspessulanus), uno tra i più grossi serpenti europei, che giunge qui al limite orientale del suo areale ligure.

Tra gli animali di grossa taglia i più diffusi sono il cinghiale e il capriolo. Quest’ultimo che in Liguria era scomparso ormai da secoli è stato reintrodotto alla fine degli anni cinquanta nell’allora riserva di caccia della Ferrania (oggi riserva naturalistica dell’Adelasia di proprietà del gruppo 3M Italia) in Val Bormida e da lì si è progressivamente diffuso in vaste aree delle province di Savona, Genova e Alessandria. Nel massiccio del Beigua si trovano inoltre piccole popolazioni di daini frutto di ripetute immissioni di capi proveniente dall’ex riserva presidenziale di San Rossore (Pisa).

Cinghiali, caprioli e daini si possono incontrare soprattutto nei boschi del versante padano, mentre percorrendo i sentieri che si snodano sul versante marittimo potrà capitare, specie in primavera, di avvistare in cielo le sagome eleganti di grandi uccelli rapaci. Il settore meridionale del massiccio del Beigua è infatti un’importante località di passaggio di rapaci diurni che tra la fine di Febbraio e l’inizio di Giugno migrano dall’Africa verso l’Europa centrale e orientale, utilizzando le loro doti di “veleggiatori” sulle correnti ascensionali. Tra questi il biancone (Circaetus gallicus) che nidifica ancora nelle zone più impervie e isolate dei monti del Beigua e si nutre soprattutto di serpenti tra cui le vipere.

 

NOTE SU ALCUNE PIANTE

 

GINEPRO COMUNE (Juniperus communis):

è un arbusto sempreverde con chioma a cono; il tronco è ramificato sino dalla base, le foglie sono aghiformi di colore verde lucente con una striscia biancastra sulla pagina superiore. Le bacche blu violacee sono usate come aromatiche in cucina e per fare il gin, al quale conferiscono il caratteristico sapore; vengono impiegate anche in erboristeria per le notevoli proprietà balsamiche e digestive. Il ginepro è probabilmente la pianta a più ampia diffusione nelle zone temperate del nostro emisfero e i suoi habitat ideali sono i pascoli e i boschi aridi al di sopra dei 500m di altitudine.

 

AGRIFOGLIO (Ilex aquifolium):

arbusto sempreverde alto 6-8 m, ha foglie coriacee di forma da ovale a ellittica e margini caratterizzati da dentature spinose solo nella parte bassa delle piante più vecchie, dato che sui rami più alti le foglie hanno margini interi e presentano una spina solo nella parte apicale. I frutti hanno la forma di un pisello, sono di colore rosso e durante l’inverno rimangono attaccati alla pianta e vengono quindi mangiati dagli uccelli, mentre per l’uomo sono velenosi ed hanno comunque effetto lassativo. L’agrifoglio predilige le zone umide, marine o montane, e non sopporta gli inverni troppo rigidi. Per questo motivo è diffuso prevalentemente nei sottoboschi e nelle foreste ombrose dell’Europa occidentale e meridionale, anche se viene spesso coltivato nei giardini.

 

CORBEZZOLO (Arbutus unedo):

è una pianta tipica della macchia mediterranea che ravviva l’ambiente con i suoi vistosi colori, dato che su di essa si trovano contemporaneamente i fiori e i frutti; rappresenta la pianta simbolo del Risorgimento per il verde delle foglie, il bianco dei fiori ed il rosso dei frutti, che sono commestibili. E’ considerato arbusto preparatore del terreno per il ritorno del leccio. I suoi ambienti ottimali sono le macchie e le leccete sino ai 300 m di altitudine. Resiste al passaggio del fuoco ed è per questo particolarmente indicato per ricostituire i boschi danneggiati dagli incendi.

 

PINO SILVESTRE (Pinus sylvestris):

era la conifera che ricopriva la maggior parte del Nord Italia, ma attualmente il suo areale è molto ridotto a causa della sua sostituzione con altre piante. Possiede una chioma ampia e un fusto nodoso dalla tipica corteccia grigio-rossa. Il suo legname è molto pregiato (pino di Svezia) e le sue gemme vengono usate in erboristeria per la cura delle infezioni delle prime vie respiratorie. L’habitat ottimale è quello montano, al di sopra dei 500 m di altitudine. Specie tipicamente nord europea con spiccate doti pioniere, da noi rappresenta un “relitto glaciale” presente sulle rocce serpentinose dei versanti meridionali del Monte Beigua.

 

                                      PINO DOMESTICO (Pinus pinea):

è il pino dalla tipica chioma ad ombrello di colore verde carico, con tronco colonnare ramificato solamente nel terzo superiore e corteccia di colore bruno rossastro profondamente fessurata a formare delle grosse squame allungate. Le pigne sono grosse e rotondeggianti e contengono i frutti commestibili (pinoli). E’ presente sulle dune sabbiose e sui pendii aridi, dal livello del mare fino a 7-800 m. L’eleganza del suo aspetto, unita alla facilità nel vegetare in zone aride e sabbiose grazie ad un vigoroso apparato radicale, nonché l’uso in cucina e in pasticceria dei suoi frutti, ne ha favorito enormemente la diffusione. Posto vicino al mare è però più sensibile rispetto agli altri pini ai danni provocati dalla salsedine e dall’aerosol contenente detersivi.

 

PINO D’ALEPPO (Pinus halepensis):

originario delle coste del Mediterraneo, ha poche esigenze in fatto di terreno e per questo motivo è stato diffuso al di fuori del suo areale di origine come pianta pioniera. Possiede una chioma ramificata e globosa e si trova normalmente lungo il litorale in zone aride e pietrose, essendo particolarmente frugale e resistente al caldo. L’habitat ottimale è infatti sui terreni marittimi sotto i 200 m di altitudine e sulle colline aride dell’entroterra.

 

LECCIO (Quercus ilex):

albero sempreverde di medie dimensioni (può raggiungere i 20 m) o arbusto, con chioma densa e globosa, tronco corto, rami ascendenti e foglie lucide sulla pagina superiore e coperte di corti peli su quella inferiore, a margine intero o dentato. Specie mediterranea, rustica e resistente, spontanea dalle coste meridionali dall’Europa all’Africa settentrionale, forma estesi boschi (leccete) o entra come costituente importante della macchia.

Il legno è duro e pesante, la corteccia era usata per la concia delle pelli e le ghiande come mangime per i suini e, in periodi di carestia, anche per l’uomo.

 

BOSSO (Buxus sempervirens):

arbusto o alberello sempreverde alto fino a 5 m, con foglie piccole, coriacee e verde scuro lucide. E’ tipico dei pendii rocciosi (sopporta bene il terreno ricco di Magnesio che si origina dalle rocce serpentinitiche tipiche del nostro territorio) e dei cespuglieti e boschi radi. E’ diffuso nell’area mediterranea ma in Italia è rarissimo allo stato naturale, mentre viene comunemente utilizzato come pianta ornamentale da giardino. Rappresenta un relitto dell’Era Terziaria, quando il clima era di tipo tropicale. Il suo legno è molto duro e ha la caratteristica di affondare se messo in acqua.

 

LILLATRO (Phillyrea latifolia):

arbusto sempreverde a foglie opposte, coriacee e lanceolate, fiori piccoli di colore bianco verdastro o giallastro, profumati, riuniti in grappoli all’ascella delle foglie e frutti piccoli, carnosi di colore nero bluastro, non commestibili.

E’ diffusa in tutta la regione circummediterranea, compagna abituale del leccio. Resiste bene al freddo, è molto longeva e il suo legno è pesante, molto duro e buon combustibile e il suo carbone è di prima qualità.

 

MIRTO (Myrthus communis):

arbusto cespuglioso che raggiunge i 2-3 m, sempreverde e aromatico, con foglie piccole, opposte, coriacee, fiori bianchi, profumati, solitari e bacche nero brunastre. Cresce nelle zone più calde della regione mediterranea, accompagnando il leccio e il pino d’Aleppo sui suoli silicei ed è l’unico rappresentante europeo di una famiglia (Mirtacee) di cui gli eucalipti sono senza dubbio i rappresentanti più celebri.

Il Mirto deve ad un’essenza verde aromatica, di composizione complessa, ottenuta per distillazione dalle foglie fresche dai rami, e ad un tenore elevato del contenuto in tannino le sue proprietà astringenti, stimolanti, antisettiche e disinfettanti. Le sue bacche si possono utilizzare negli stessi cibi che richiedono la presenza delle bacche di ginepro, scartando i semi duri. Inoltre lasciando in infusione nell’alcool le bacche si può preparare un ottimo liquore.

 

VIBURNO (Viburnum tinus):

nonostante sia tipico della flora mediterranea, questo arbusto, che deve il suo nome specifico alla somiglianza del suo fogliame con quello dell’alloro, è molto conosciuto come pianta ornamentale al di fuori dei limiti del suo clima, dove rappresenta un elemento tipico del bosco di leccio nelle zone più calde. Lo si coltiva generalmente in siepi, ma dato che cresce bene anche in vaso, può ornare appartamenti abbastanza luminosi, balconi e terrazzi.

Ha foglie persistenti, coriacee, di colore verde scuro lucente, che contrasta con i fiori bianco rosati in corimbi. I frutti, di un superbo blu nero metallizzato, hanno proprietà purgative.

 

 

LA FLORA DELLA LIGURIA

 

La legge regionale n.9 del 30.01.84 sulla tutela della flora contempla 3 categorie di piante: quelle molto rare in Liguria e in pericolo di scomparsa (elenco A), quelle utili per consolidare pendii e di pregio estetico (elenco B), quelle soggette a progressiva rarefazione, per le quali il rischio di scomparsa potrebbe presentarsi in un futuro non lontano (elenco C).

Delle piante di cui agli elenchi A e B sono vietate la raccolta, l’asportazione, il danneggiamento e la detenzione (degli esemplari completi come pure di loro parti, ad esempio di quelle sotterranee: bulbi, tuberi e rizomi). Quanto alle specie di cui all’elenco C è consentita la raccolta di non più di 5 steli fioriti al giorno per persona, colti senza arrecare alcun danno alle parti sotterranee; gruppi di oltre 10 persone non potranno raccogliere complessivamente più di 50 steli fioriti al giorno di queste piante.

 

Tra i vegetali esiste una competizione per la luce, lo spazio, l’acqua, che inevitabilmente si conclude con la vittoria delle specie meglio dotate e con la loro espansione progressiva in tutti gli ambienti in cui la vita sia agevole. Le specie deboli, dotate di modeste capacità competitive, devono rassegnarsi a scomparire oppure imparare a sopravvivere in ambienti severissimi, come rupi, ghiaioni, pietraie, paludi. Le piante che vi si trovano sono interessanti per 2 motivi: per il possesso di sofisticati adattamenti che rendono loro possibile la vita in condizioni estreme e perché, trattandosi di forme altrove eliminate dalla concorrenza, acquistano inevitabilmente il pregio della rarità o quanto meno quello di una distribuzione molto localizzata.

  

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